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L’incubo di Elena

      La conobbi la prima volta, quando Elena aveva appena tre ore di vita. Sicuramente non mi vedeva in quel momento, ma ricordo di avere posato lo sguardo sulla neonata più carina che mi sia capitato di vedere in tanti anni. Oggi è una ragazza di ventinove anni, attraente, mora, con un’espressione fiera e al contempo dolce, con la fronte volitiva e gli occhi ridenti che ti guardano quasi volessero sempre burlarsi di te. Fra le varie caratteristiche del suo temperamento, c’è quella d’essere molto critica e sarcastica, ma è anche una gran credulona. Chiacchiera all’infinito, ma è anche una buona interlocutrice, perché sa ascoltare chi conversa con lei. Talora si lascia trarre in inganno perché tende ad avere fiducia nel prossimo.
Aveva saputo che a Bari esiste un negozio che apre solo a mezzanotte e il cui proprietario è un signore che vende sogni. Nel negozio non c’è niente da acquistare, ma c’è un enorme salone con divani e poltrone. Chi vi si reca? Quelli che non riescono a dormire. Entrano, si presentano al proprietario e gli comunicano di cosa si occupano nella vita. Lui riflette con attenzione e offre loro, prima una tisana rilassante, e poi un sogno. Allora i clienti vanno a sdraiarsi e possono tranquillamente dormire tranquilli e sereni. Quindi iniziano a sognare.
Elena in precedenza aveva preso l’abitudine di assumere una pillola di Valeriana per dormire. Ne prendeva anche due ed era diventata dipendente da quella, il che la preoccupava non poco. Dunque decise di recarsi a Bari nel negozio dei sogni.
Riteneva inverosimile l’esistenza di un luogo simile, ma ha voluto provare lo stesso. A quanto pare ha trovato il famoso negozio al cui proprietario ha narrato le proprie problematiche di persona insonne.
Siccome il destino è proprio strano, tra lei e quel signore è scattato il famoso colpo di fulmine. Lui è un tipo assai piacente, con i capelli brizzolati, alto, simpatico. L’ha fatta sdraiare e lei ha iniziato a sognare: entrava in un ristorante ove era accolta con premura e s’era seduta ad un tavolo. Aveva consumato una lauta cena e chiedendo il conto, aveva sentito l’intestino risvegliarsi. Tra le altre cose, Elena soffre pure di stitichezza, quindi il pensiero di poter evacuare l’aveva rallegrata. Bene. Nel sogno, si recava in una toilette e si sedeva sul gabinetto avendo la netta impressione di liberare il suddetto intestino, ma nello stesso tempo provava la sensazione d’essersi seduta su qualcosa di viscido. Infatti, non riuscì più ad alzarsi poiché era rimasta incollata alla tavoletta del water. Qualche bontempone l’aveva cosparsa di una colla invisibile e molto potente. Fece tutti gli umani sforzi per spiccicarsi, ma invano. Anzi ogni volta che cercava d’alzarsi, provava delle fitte tremende come se si sentisse strappare la pelle. A questo punto del sogno, aveva aperto la porta e aveva chiesto aiuto. Erano sopraggiunte due cameriere alle quali la scena era parsa apocalittica!  Non erano riusciti a staccarla e per di più Elena gridava e pareva che la scuoiassero viva!
Era arrivata la moglie del direttore e anche lei aveva provato a scollare il sedere di Elena dalla tazza del gabinetto. Ma il suo sforzo era stato ugualmente inutile e per di più l’epidermide aveva iniziato ad arrossarsi vistosamente. Allora il direttore aveva chiamato i vigili del fuoco i quali esterrefatti avevano chiamato la polizia.
Chiunque arrivasse provava a tirar via Elena e il sogno era diventato un incubo!
Finalmente i poliziotti decisero di chiamare gli infermieri del Pronto Soccorso.
Questi consigliarono per prima cosa di sganciare la tavoletta del water. Poi la poverina, con la famosa tavoletta appiccicata al sedere, era stata caricata su una barella e condotta in ospedale, dove avevano fatto un vero e proprio intervento di chirurgia plastica per liberarla dall’ingombrante peso. 
Quando finalmente l’incubo era finito, Elena si era svegliata in preda a sudori freddi, tremante e angosciata. Il sogno non le era piaciuto per niente e ben presto si lamentò con il proprietario del negozio. Ma quello aveva risposto: “Cara signorina, il sogno è per lo spirito ciò che il sonno è per il corpo. Vede, tutti i sogni sembrano veri finché durano, poi tutto svanisce; il suo spirito avrà sicuramente tratto vantaggio da ciò che ha sognato.”
“Vantaggio un corno!” aveva ribattuto Elena, “Io mi sono sentita strappare il culo, ho sofferto le pene dell’Inferno! Se avessi saputo cosa avrei sognato, non sarei certo venuta in questo negozio. Tutto mi pareva reale. Mi scusi sa, ma lei non può propinare certi incubi!”
“Talvolta succede anche il contrario, cara amica, e cioè che appaia come non vero o irreale ciò che si è veramente vissuto. Non si preoccupi, d’ora in poi quando avrà di nuovo dei fenomeni di stitichezza, torni qui da me. Poi se non riuscisse a dormire, ci penserò io.”
Elena a quelle parole, aveva risposto gridando: “Piuttosto preferisco non andare di corpo per cento anni e restare sveglia per duecento!”
Ma il bello di tutta la faccenda consiste nel fatto che aveva sognato tutto, cioè aveva sognato di recarsi a Bari e d’andare nel negozio dei sogni. Aveva sognato di avere l’incubo in cui restava appiccicata al water. L’unica cosa vera consisteva nel fatto che, qualche tempo prima, aveva realmente conosciuto il tizio piacente con i capelli brizzolati.
Quando è venuta a raccontarmi il tutto, le ho detto ridendo: “Beh Alex, dammi l’esatto indirizzo di quel negozio. Nella vita non si può mai sapere!”
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